Con la circolare n. 106 del 16 ottobre 2026 e il messaggio n. 3343 del 20 ottobre, l’INPS ha chiarito requisiti e modalità del nuovo bonus mamme. La domanda va presentata entro il 31 dicembre 2026. In questo articolo vediamo a chi spetta, come fare richiesta e cosa devono sapere le aziende.
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Il bonus mamme 2026 è un’integrazione al reddito prevista dall’art. 1, comma 207, della Legge di Bilancio 2026 (Legge n. 199/2025). Prosegue la misura introdotta per il 2025 dall’art. 6 del D.L. n. 95/2025, con un importo più alto: 60 € al mese al posto dei precedenti 40. Opera in attesa dell’esonero contributivo parziale, la cui applicazione è stata rinviata al 2027.
Il bonus vale 60 € per ogni mese, o frazione di mese, di lavoro dipendente o autonomo svolto nel 2026, per un massimo di 12 mensilità e quindi di 720 €. Basta anche un solo giorno di attività nel mese per maturare l’intera mensilità.
L’INPS paga tutto in un’unica soluzione a dicembre 2026, se l’istruttoria si conclude in tempo. In caso contrario le somme arriveranno a partire da gennaio 2027, a pratica definita. L’importo non è imponibile ai fini fiscali e contributivi e non incide sull’ISEE.
Per i figli servono due condizioni alternative: due figli, il più piccolo con meno di 10 anni, oppure tre o più figli, il più piccolo con meno di 18 anni. Il requisito deve essere posseduto al 1° gennaio 2026 o maturare entro il 31 dicembre 2026. Rientrano anche i figli in adozione o in affidamento preadottivo. In caso di nascita nel corso dell’anno, il diritto decorre dal mese dell’evento.
Sul fronte lavorativo, il bonus è riconosciuto alle lavoratrici dipendenti (pubbliche e private, a tempo determinato, intermittenti o in somministrazione) e alle autonome iscritte alle gestioni INPS, alle Casse professionali o alla Gestione separata. Sono escluse le lavoratrici domestiche, le titolari di cariche sociali e le imprenditrici non iscritte all’assicurazione generale obbligatoria o a forme sostitutive.
Infine il reddito. Il limite è di 40.000 € annui e si riferisce ai soli redditi da lavoro della madre richiedente, riferiti al 2026: il reddito familiare non conta. Nel calcolo entrano anche i redditi esenti o soggetti a tassazione agevolata e le indennità che sostituiscono la retribuzione (maternità, malattia, cassa integrazione). Restano fuori NASpI, DIS-COLL e pensioni. Per le dipendenti il reddito si considera al netto dei contributi previdenziali obbligatori.
Qui c’è il punto che genera più dubbi. Le madri con tre o più figli titolari di un contratto a tempo indeterminato (apprendistato compreso) non ricevono il bonus per i mesi in cui il rapporto è in essere, anche solo in parte. Per loro vale l’esonero del 100% dei contributi IVS a carico della lavoratrice, fino a 3.000 € annui, previsto fino al 31 dicembre 2026 dalla Legge n. 213/2023.
Se un contratto a termine viene trasformato in tempo indeterminato, il bonus cessa dal mese della trasformazione. Una lavoratrice trasformata a luglio, per esempio, percepisce il bonus per i mesi da gennaio a giugno. Per le madri con due figli, invece, il bonus spetta anche con contratto a tempo indeterminato.
Il bonus non viene riconosciuto d’ufficio. La domanda va presentata entro il 31 dicembre 2026, oppure entro il 31 gennaio 2027 se il requisito si perfeziona a dicembre.
Si può inviare in tre modi:
La richiedente dichiara sotto la propria responsabilità il possesso dei requisiti, indica i dati dei figli e le coordinate di pagamento (IBAN o bonifico domiciliato). L’INPS controlla genitorialità, numero dei figli e rapporti di lavoro mese per mese, e può accogliere, accogliere in parte o respingere la domanda. In caso di esito negativo o parziale è possibile chiedere il riesame, solo in via telematica. I controlli continuano anche dopo il pagamento: dichiarazioni non veritiere comportano il recupero delle somme e sanzioni.
Né la circolare né il messaggio prevedono adempimenti a carico dei datori di lavoro: la domanda è personale e il bonus lo paga direttamente l’INPS, senza passare dal cedolino. Per le imprese resta comunque qualche attenzione concreta:
Un’informazione chiara alle dipendenti evita domande fuori termine e richieste di chiarimento all’ufficio paghe, soprattutto negli ultimi due mesi dell’anno.
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